«- Che fai? - mia moglie mi domandò, vedendomi insolitamente indugiare davanti allo specchio. - Niente - le risposi - mi guardo qua, dentro il naso, in questa narice. Premendo, avverto un certo dolorino.
Mia moglie mi sorrise e disse: - Credevo ti guardassi da che parte ti pende.- Mi voltai come un cane a cui qualcuno avesse pestato la coda: - Mi pende? A me? Il naso? - E mia moglie placidamente: . Ma si, caro. Guardatelo bene: ti pende verso destra -»
È questo l'inizio di "Uno, nessuno, centomila" l'ultimo romanzo in ordine di tempo di Luigi Pirandello, uscito sulla rivista La Fiera Letteraria, nel 1925, presso l'editore Bemporad, che narra la parabola di Vitangelo (Gengè) Moscarda il quale, accortosi un giorno di avere il naso in pendenza verso destra, comincia dietro quella scoperta una serie di riflessioni, indagini e analisi su se stesso per scoprire infine quanto l'idea che di noi stessi abbiamo spesso non coincida affatto con la nostra realtà, e come addirittura queste stesse convinzioni che di noi portiamo si capovolgano nella percezione e conoscenza che gli altri di noi hanno. Comincia così, per Gegè Moscarda, un viaggio alla ricerca e scoperta degli infiniti ‘altri io’, fino a quel giorno taciuti e estranei, che in lui vivevano assai più visibili alle persone che lo conoscevano e frequentavano che non a lui stesso, per giungere infine a una sorta di esistenza scevra e libera da ogni forma e cognizione di individualità e intrisa in un sentimento panteistico, che lo porterà al ricovero in un ospizio di campagna dove, perso nella natura intorno, concluderà la propria esistenza.

Ho pensato a queste pagine quando per la prima volta ho visto le fotografie di Amerigo Pelosini, presso la galleria Agorà di Claudio Giannini a Massarosa in occasione di una mostra di pittura di un nostro comune amico. Nello studio di Claudio, stese sulla scrivania, erano passati davanti ai miei occhi luoghi e paesaggi del nostro territorio massarosese, molti dei quali mi erano già noti, se non abituali. Si trattasse di un angolo di padule o di un sentiero o una macchia di vegetazione sulle nostre colline avevo, in entrambi i casi, quasi avuto una difficoltà a far coincidere quell'immagine che mi appariva agli occhi con quella che dentro, nella mia memoria, portavo e custodivo. Era una sorta di stupore che mi accompagnava nello scorrere delle foto. Paesaggi e luoghi abituali che ora mi si offrivano in una nuova luce, una festosa vividezza. Non tanto per particolari precedentemente ignorati e ora rivelatisi nelle foto, o per una qualche armonia o architettura paesaggistica che la vista reale aveva nascosto e ora ricomposta nell'immagine fotografica, quanto per il tono, la vitalità, che di queli scenari mi veniva trasmessa.


Come se quelle immagini diffondessero una nuova eppure antica vita, fino ad allora a me invisibile e sconosciuta. Liberate di una qualche patina stesa dal tempo, o forse dall'abitudine di non dare attenzione a ciò che abbiamo intorno, riacquistavano non solo un originario splendore ma in questo si mostravano in una nuova e più vivida presenza; riuscivano a farsi percepire per quello che in realtà poi erano: un organismo vivente governato dalla stessa legge che presiedeva la mia vita.
Non ero davanti a qualcosa di altro, di amorfo, di inanimato, ma a esseri viventi che pure nella loro forma sentivo far parte del mio mondo, ricomporlo o scomporlo, come se invece che su di un oliveto o un prato gettassi gli occhi su una piazza piena di gente.
E tanto più la cosa mi diventava sorprendente e inquietante perché avveniva davanti a una foto: lei, oggetto di carta e inchiostro, che mi trasmetteva quella vita che il soggetto reale non era stato capace di suggerirmi, o che io non ero stato capace di ascoltare.

Per giungere a questo stupefacente risultato Amerigo non cambia o manipola toni e colori delle foto e neppure usa montaggi o particolari tecniche, filtri o pose di ripresa. Semplicemente, a mio avviso, riesce a eclissarsi dietro la macchina fotografica, a ritirare ogni pensiero o intenzionalità, senza minimamente voler piegare a effetti estetici ciò che entra nel suo obbiettivo.
Non interferisce con ciò che ha davanti, non vuole farne parti o momenti di un più ampio progetto espositivo, né svelarne sopite e nascoste architetture, ma lascia che gli oggetti - sia un paesaggio, una collina, una siepe - liberamente parlino la loro profonda e antica lingua fatta di forme e colori.

È una specie di sottrazione che compie all'interno del proprio io, fino ad abolire ogni confine tra sé e il paesaggio ritratto, accogliendone così la voce, facendola propria, e infine restituendocela, ora percepibile ai nostri sensi, nelle sue viventi foto.
Mi tornano ora alla mente quelle immagini scattate, con procedure fotografiche inusuali, quali quelle a raggi infrarossi, pubblicate su testi o riviste di parapsicologia, in cui si vede una silhouette, una vaga forma, dove ad occhio nudo sembrava esserci solo il vuoto, che la didascalia ci indica come l'orma o l'antica impronta di ciò che fu il corpo o il volto di un essere umano.
In un certo modo i risultati a cui giunge Amerigo - anche se in lui e nel suo operare non c'è assolutamente niente di esoterico o arcano - si pongono in questa prospettiva di mostrare una presenza, l'essenza di ciò che è ritratto, là dove altri occhi colgono solo una vuota cornice.
Mostrarne l'anima, lo spirito, in questo suo sentire assai più vicino alla disposizione di un indiano d'America davanti alla Grande Madre Natura che non alla nostra cognizione e sensibilità occidentale.

Ma queste foto non sono solo fatte per mostrarci qualcosa, porlo in evidenza. È anche un invito che ne consegue: di abbandonare la nostra abitudine di considerare la natura un oggetto d'uso o d'arredamento, sia questo il prato davanti casa o la pianta da fiori posta nel salotto o sul balcone.
È vero che il giardino, al centro del chiostro degli edifici monastici, è il luogo di meditazione per eccellenza, dove la perseveranza e la cura dell'uomo si incontrano con la bellezza e la rigogliosità della natura per creare un ortus conclusus, spazio fisico e dell'anima dove possa fiorire e continuamente rinnovarsi il miracolo della ‘parola rivelata’, come dipinto nelle diverse Annunciazioni che, in particolare modo nel XIV secolo, ambientavano nel porticato claustrale la venuta e l'incontro con l'angelo.
Ma quella è una natura volta a un'esigenza superiore, il cui ordine favorisca, come in uno specchio celeste, la volontà e la presenza divina, mostrandone il soffio creatore. Non piegata alle modeste coreografie di insediamenti urbani e abitativi, distribuita e preparata per accogliere un barbecue, una sedia a sdraio, il tavolo imbandito.


Gli artisti, in fondo, devono solo saper ascoltare, non importa se con gli occhi o con le orecchie. E come Picasso potremmo aggiungere che occorre una vita di tecniche sperimentate e apprese per tornare a vedere e rappresentare il mondo con gli occhi di un bambino.
Questo ci sembra il grande dono che Amerigo ci restituisce: la possibilità di cogliere la prosperosa bellezza del territorio, cercando di collegare il nostro respiro con quello più ampio dell'ambiente, e sentire il nostro destino, individuale e della specie, come corra e cammini insieme a quello, a esso legato.
Del resto, negli antichi manuali alchemici si leggeva che la pietra filosofale, capace cioè di trasformare i metalli in oro, fosse ugualmente l'oggetto più comune e più raro del mondo, se si trovava dovunque ma nessuno fosse in grado di vederla.
Grazie dunque a chi sa rendere più visibile la bellezza tra la quale viviamo e camminiamo, ricordandoci che questi tesori, sui quali abbiamo ora posto gli occhi, così ci sono stati consegnati da una natura prodiga e benevola e dal lavoro, verso questa attento e rispettoso, di infinite generazioni precedenti la nostra.

Insieme, l'uomo del passato e la natura, hanno costruito questo paradiso, entrambi oggi altro non chiedono che l'opera così continui, preservata dal disinteresse, dall'incuria, o da calcoli miopi e mediocri. Richiesta a cui tutti, cittadini e istituzioni, siamo chiamati a rispondere nella difesa di un ambiente che altro non è che la difesa della nostra stessa vita.

Arturo Lini, poeta
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